#CoglioneNo, campagna di ZeroVideo contro lo sfruttamento dei freelance

Ho letto di tutto sulla campagna di #CoglioneNo: che è bella, brutta, giusta, inutile, populista. Tutto tranne la verità: è una campagna di marketing!

Niccolò Contessa su Minimum Fax ha scritto un articolo di 11.600 battute (11.600!!!) per dire che “fra le caratteristiche della generazione di giovani creativi che si sono riconosciuti nei video di #coglioneNo, mi sembra che ci sia il totale disinteresse al discorso politico, a una qualsiasi forma di intervento, o anche solo di dibattito, collettivo”. D’altronde il video si ferma con la denuncia dello sfruttamento dei lavori creativi, non con una petizione, non con una chiamata alle armi.

Per chi non lo sapesse, stiamo parlando di una serie di video ironici ed estremamente virali ideati dall’agenzia Zero per attaccare il fenomeno della creatività non pagata. Tipo questo.

 

Perché non c’è nessuna “call to action” sociale, nessuna chiamata alle armi? Perché questa non è una campagna di sensibilizzazione; è una campagna di content marketing, che parte da una denuncia sociale.

Zero è un’agenzia che realizza video. Si rivolge ad altre agenzie o a creativi che lavorano per aziende. Perciò ha creato una serie di video coinvolgenti per il proprio target (i creativi, appunto) e che il target stesso ha pubblicizzato in lungo e in largo, sentendo che i video parlavano veramente di lui e della sua condizione.

Si tratta di una campagna di marketing che parte da una denuncia sociale.

Nel marketing tradizionale si fa in maniera un po’ più subdola, supportando lobby o associazioni. Per esempio le marche di prodotti biologici sponsorizzano petizioni contro la sperimentazione animale, società di isolamento dell’amianto sostengono associazioni di malati di asbestosi.

In questo caso non sono serviti intermediari. E serviranno sempre di meno sul web.


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