Tanto si è scritto su Libra, la “cryptovaluta” di Facebook. Poco si è scritto sul suo funzionamento. Quasi niente su chi la governerà e sui rischi di una concentrazione così forte di dati e autorizzazioni.

Innanzitutto la crypto di Facebook, non è una comune moneta virtuale come il Bitcoin o Ethereum, perché non è libera. E questo ormai è chiaro. Per i neofiti, nella blockchain “libera” alla base di Bitcoin, ogni persona è un nodo e ogni nodo che mette a disposizione la sua energia elettrica e di calcolo è un miner, colui che autorizza le transazioni tra gli utenti. Essendo i miner staccati tra loro, o almeno dovrebbero, cioè non essendoci nessuno che deteniene più del 50%+1 dei nodi, non possono influenzare tutta la rete. Quando succede, i programmatori di solito se ne accorgono e marchiano la blockchain come insicura, perché chi ha la maggioranza dei nodi può “falsificare transazioni”, tra le tante cose. Scusate la semplificazione, gli esperti mi odieranno per quanto scritto, ho banalizzato un principio che è la base del web libero che tanti di noi sognano da sempre.

I 100 ricchissimi verificator: le multinazionali

Alla base di Libra ci sono invece 100 validator, cioè miner che autorizzano le transazioni. A suo dire, Facebook sarebbe solo uno di essi, ma gli altri 99 sono aziende enormi che faranno parte di una associazione specifica. Tutti possono diventare Validator? No, a leggere le carte solo chi ha due di queste caratteristiche

  1. avere più di 20 milioni di utenti / clienti all’anno, su scala multinazionale
  2. Avere un valore di mercato superiore a 1 miliardo di dollari o 500 milioni di dollari di saldo clienti.
  3. Essere riconosciuti tra le 100 aziende leader del mercato di riferimento da una realtà esterna.

Quanti ne potranno fare parte? Pochi. E cosa faranno questi pochi? Avranno a disposizione informazioni su tutte le transazioni operate dagli utenti, perché dovranno validarle. Avranno spese alte (si stima sui 300mila dollari all’anno, perché l’energia costa per fare queste operazioni) ma avranno a disposizione una serie di dati enorme su un pubblico di 2 miliardi di persone minimo (Facebook + Whatsapp + Instagram in tutto il mondo).

I non Verificator: fuori dalla tavola

Chi non ne fa parte, cosa può fare? Sognare di farne parte. Provarci in tutti i modi. Se non ci riesce, può di poter diventare un nodo di vendita, un negozio che vende i suoi servizi o prodotti con Libra, ma si perde tutti i dati, mentre i concorrenti ne avranno a bizzeffe. Ora questo succede anche quando vendi con Amazon, ma hai ancora il tuo e-commerce, il tuo negozio, altre postazioni. Immaginatevi un mercato dove tutti si muoveranno con Libra, magari anche offline (Visa è tra i Verificator).

Anche onlus e fondazioni accademiche saranno ben accette, se avranno un giro economico superiore ai 50 milioni di dollari l’anno e tante altre caratteristiche ben definite. Come dire, non bruscolini

Il cartello che sa tutto di tutti, online e offline

Si crea quindi un cartello di aziende che controlleranno un mercato gigante, soprattutto dei dati. Perché è esplicitamente affermato che chi userà un portafoglio virtuale (wallet) vedrà condivise le sue informazioni di acquisto con tutti i Verificator. Praticamente io compro da X, ma anche Y, Z, W e tanti altri sapranno cosa ho comprato.

Se i governi queste cose le sapevano già, soprattutto quello americano, e se le carte di credito queste informazioni già le sanno, e se negli Stati Uniti è già possibile comprare i dati di acquisto di quasi tutti i cittadini, ora non servirà nemmeno comprarli, saranno già pronti. Non solo, lo saranno anche quelli di molti altri paesi del mondo, almeno laddove le crypto non sono illegali e dove Facebook non è bloccato.

Se la politica non capisce i micropagamenti

Ora però, dopo aver denunciato un cartello che quando nascerà sarà talmente grande e talmente “amato” dagli utenti che sarà quasi impossibile spezzarlo, ci tengo a dire che Facebook è arrivato primo dove gli Stati non sono arrivati. La colpa quindi, è anche di una politica lenta e addormentata alle novità.

Se vado al bar, non ho problemi a pagare una caramella 2 centesimi. Perché non posso fare altrettanto sul web? Perché i micropagamenti non sono accettati, e non esistono wallet di euro. Grande cazzata. Il futuro sarà la smaterializzazione della moneta, e quindi se offline non potrò comprare una caramellina per ½ centesimo di euro, online sono anni che teoricamente posso farlo con il bitcoin. È il prezzo della transazione che non permette di farlo. Tradotto: costa troppo, quando spendo dai 2 ai 15 euro per far passare dei soldi sulla blockchain, non spendo 2 euro per comprare una caramella da 2 centesimi.

E allora ecco Libra, che forse permetterà di farlo anche online (dico forse, perché attualmente non è chiaro se ce la farà ad abbattere questi costi) e se ci riuscisse io finalmente potrei vendere una emoticon fantastica a 1 centesimo. Magari diventa virale, e 100 milioni di utenti la scaricano due volte, per usarla sia su Facebook che su Whatsapp. Così io fatturerò 2 milioni di euro per una sola emoticon. Benvenuti nel futuro prossimo. E quando ci arriverà lo stato, sia regolando questi passaggi, sia tagliando i costi delle transazioni delle carte?


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