le ragazze rapite da Boko Haram

Chi ha davvero ideato #BringBackOurGirls? Chi l’ha sfruttata per farsi conoscere? Perché un messaggio di pace si è trasformato in uno di guerra?

 

Chi sono le “Nostre ragazze da portare indietro?

Per chi leggesse questo post un giorno nel futuro, quando la storia sarà conclusa, si spera felicemente, nel’aprile 2014 un gruppo di terroristi appartenenti al gruppo Boko Haram hanno sequestrato 282 ragazze in una suola nel nord della nigeria, con l’obiettivo primario di convertirle e farle sposare ai propri guerriglieri oppure venderle nel mercato nero della schiavitù.

La notizia fa il giro del mondo, ma scompare rapidamente dalle prime pagine delle testate. In Nigeria alcuni giornali dimenticano tutto rapidamente, il presidente Goodluck Jonathan sostiene che sia una notizia falsa. Parte a questo punto un hashtag che fa il giro del mondo #bringbackourgirls. Ma le richieste di chi lo usa sono molto diverse tra loro. E intorno a questa mobilitazione internazionale nascono leggende e falsi eroi.

 

Non l’ha creata Michelle Obama

Michelle Obama e la campagna Bringbackourgirls

Cominciamo subito col dire che Michelle Oama non è che una dei tanti personaggi famosi che hanno aderito a questa iniziativa. Ci sono ministri, giornalisti, c’è pure il Papa.

Papa Francesco aderisce a #BringBackOurGirls

 

L’intervento di Michelle è stato molto importante per dare a questa campagna molta notorietà. Ma lei non è stata certo la prima.

 

Ramaa Mosley, la sceneggiatrice che è diventata famosa come la creatrice, ma che non lo è

Chi conosce Ramaa Mosley? In Italia nessuno. Non è che in America la ragazza avesse un fan club chissà quanto ampio, forse ne facevano parte la madre e qualche familiare. Ha scritto qualche pubblicità e poco altro.

Poi un giorno, racconta lei e lo racconta anche Wikipedia (almeno ad oggi), la giovane attrice si appassiona alla storia delle oltre 200 ragazze rapite e in un giorno manda oltre 100 tweet con questo hashtag per sensibilizzare personaggi influenti.

Ramaa Mosley

L’hashtag vola negli States, l’attrice finisce su tutti i talk show più importanti del paese, diventa famosa e dice che questa frase gli è venuta in mente così, perché le sembrava un modo di dire giovanile che potesse diffondersi facilmente.

Dopo qualche giorno, quando cominciano ad affluire i primi dubbi sulla vena creatrice di Mosley, lei stessa ammette di non essere stata la prima ad averlo usato. Non ci permettiamo di dire che abbia fatto tutto per vana gloria, ma certamente non ha fatto nulla per evitare i fari della notorietà.

 

Il vero ideatore, un avvocato nigeriano

La verità sta in mezzo al continente africano. In Nigeria la notizia delle ragazze è scomparsa velocemente dai giornali, il presidente addirittura si è permesso di dire che era una falsa notizia e non lo preoccupava. Durante un incontro, il ministro Obiageli Ezekwesili afferma che bisogna riportare indietro le nostre figlie, e l’avvocato Ibrahim M Abdullahi lo rilancia su twitter scrivendo #BringBackOurGirls. Il giorno dopo Ezekwesili riusa l’hashtag, A questo punto molti attivisti africani decidono che bisogna smuovere la comunità internazionale, perché senza i media mondiali e l’attenzione di tutto il mondo queste ragazze rischiano di scomparire inmezzo al deserto, o in qualche buco della giungla. Ed ecco che parte il tweet.

 

il tweet dell'avvocato Abdullahi

Abdullahi ha anche detto che non gli importa chi abbia creato l’hashtag, l’importante è che si sia diffuso e su una cosa non posso che dargli ragione: finalmente la notizia è tornata sulle prime pagine dei giornali, anche quelli italiani, da cui era subito uscita

il tweet del ministro nigeriano

 

Lo scopo iniziale: smuovere la comunità internazionale, davanti a un governo lassista

Gli attivisti nigeriani hanno rapidamente capito che Boko Haram è un problema politico, che il governo nazionale intende reprimere con la forza, ma che allo stesso tempo non gli fa fare bella figura davanti ai paesi occidentali. Insomma, Abuja non riesce a fermare questi terroristi. Inoltre le autorità erano venute a sapere in anticipo di alcune ore che Boko Haram avrebbe attaccato la scuola delle 200 ragazze per portarle via. Potevano fare qualcosa, invece non hanno fatto niente. Insomma, sperare che le autorità nigeriane dessero un segno di dignità era quasi impossibile, tanto che gran parte dei giornali nigeriani non hanno messo in prima pagina #BringBackOurGirls o le ragazze fino a tre settimane dal rapimento.

 

Lo scopo con cui si è diffuso in Usa: mandare l’esercito

Ma gli americani non sono un popolo internazionalista e per molti di loro tutto si risolve con un intervento militare. E va detto che anche Ramaa Mosley non ha esitato a dire a Obama di fare qualcosa, insomma di mandare un po’ di truppe a far giustizia contro i terroristi. E il presidente ha subito sfruttato questo movimento popolare, mandando agenti Cia in Nigeria, e sembra anche aerei e altro.

Il tutto è sembrato essere in linea con la campagna #Kony2012, ideata da un gruppo semisconosciuto di cineasti per sensibilizzare il mondo sulle violenze del leader del liberation Army Kony, che da decenni terrorizza l’Africa dell’Est, rapisce bambini per trasformarli in piccoli soldati e distrugge villaggi, violentando donne e bambine. La campagna ha attivato ragazzi in tutto il paese, ma il messaggio finale era ben diverso da quello pacifico con cui partiva: mandare i militari (americani) in Africa a far fuori Kony. E in tanti l’hanno visto come un modo per nascondere voglie imperialiste Usa dietro a uno scopo lodevole.

La Cina conquista l'Africa

 

Come ha capito #BringBackOurGirls il resto del mondo: Usa vs Cina

Gli attivisti dei diritti umani di tutto il mondo si sono mossi per chiedere alle Nazioni Unite e al governo nigeriano di fare il possibile per liberare le ragazze dalle mani dei pericolosissimi terroristi, gente veramente senza scrupoli.

Ma allo stesso tempo tutti si sono accorti che gli Usa stavano usando questa mobilitazione per giustificare l’arrivo di truppe in Africa, continente che da anni sta aprendo le sue porte e le sue ricchezze minerarie alla Cina.

La Cina è favorita, perché non chiede democrazia, non ha un’opinione pubblica che al suo interno protesta quando le sue aziende o il suo governo fanno affari con dittatori, né quando corrompono funzionari stranieri. Per i paesi occidentali non è così facile. La Francia tenta in tutti i modi di dire che i suoi sforzi per riprendere il controllo politico ed economico della FrancAfrique (le ex colonie) sono mossi da motivi etici, tipo l’intervento in Mali per cacciare il gruppo “Al Qaida nel Magreb”. Ma ci cedono in pochi, anche all’interno. E lo stesso vale per le attuali truppe Cia in Nigeria.

 

Gli hashtag cambiano significato, perché le culture sono diverse

Di solito sono i fatti di cronaca a cambiare il significato di un hashtag. Per esempio l’ #EnricoStaiSereno di Matteo Renzi a Enrico Letta è passato da essere un’assicurazione di non belligeranza a una una finta tregua quando Renzi con un colpo gobbo ha messo all’angolo l’ex premier Letta per prendergli il posto. Oppure arriva un gruppo organizzato e si ribella all’utilizzo di un hashtag e lo trasforma: come i #guerrieri di Enel, nato per pubblicizzare gli sforzi dei clienti nella vita quotidiana (mah!!!) e poi ripreso da Wu Ming e trasformato negli sforzi degli attivisti locali contro la grande azienda, accusata di mille nefandezze socio-ecologiche, a volte scambiandola per la simile Eni (ovvimaente questo ultimo uso ha fatto il botto sul web).

In questo caso, invece, il giro del mondo di #BringBackOurGirls ha subìto le influenze culturali e sociopolitiche e “per colpa” o “grazie” a queste è passato da un messaggio sociale a un messaggio politico-militare di tutt’altro tipo.

Molti esperti direbbero che questo si poteva prevedere, che con un messaggio come “Bring Back”, “Riportate Indietro, ci si poteva immaginare che sarebbe finito in questo modo. A dirla tutta io mi sarei aspettato un invito a un grosso sforzo internazionale per ritrovare le ragazze, ma certo non mi sarei aspettato che un intero paese chiedesse l’intervento del suo esercito. Ma forse se ci avessi pensato un attimo in più, ripensando a #Kony2012, ovviamente sarebbe finita così.

 

La lezione per ong e non solo? Occhio!

I social media sono un mercato della comunicazione, e la comunicazione è influenzata dalla cultura. La cultura non è uguale in tutto il mondo, perché diversi sono i valori in ogni parte del mondo ecc.ecc. Perciò non è certo colpa del povero attivista nigeriano. Ma quello che è successo può essere una lezione per le organizzazioni internazionali che pensano di imitarlo in futuro.

Vi immaginate se Amnesty desse il via a un hashtag del genere e con la scusa dell’hashtag uno stato mandasse i suoi aerei militari a bombardare dei villaggi?

 

Un capitolo a sé: i social-sciacalli

Chiudo con una doverosa citazione dei social-sciacalli, quelli che con l’arrivo dei social sono esplosi e non mancano mai in ogni mobilitazione sociale. Questa volta lo scettro va a Irina Shayk, modella supernota, che senza alcun motivo si è fatta fotografare con l’hashtag ma senza vestiti.

Irina Shayk aderisce (a modo suo) a #bringbackourgirls

Dai Irina, ti rodeva che il tuo Cristiano Ronaldo apparisse nudo in copertina di Vogue e tu vestita?


14 thoughts on “Sciacalli, verità e errori dietro #BringBackOurGirls

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